Il peccato

Il peccato

di Francisco González Ledesma

È un mattino come tanti in plaza Santa Ana a Madrid. Le panchine sono affollate di pensionati che non hanno niente da fare tranne alimentare la speranza segreta che muoia prima il tizio seduto di fianco. Un gruppo di ragazze prende al bar l'ultimo caffè prima di infilarsi nella casa di dona Lorena Dosantos, il laboratorio per fornicare più misericordioso di tutta Madrid. Sono per lo più signorine di provincia, esperte in cucina, in ricamo, in buone maniere e altre arti antiche, che si sono ritrovate a venticinque anni in un paese di disoccupati. Dona Lorena Dosantos le ha accolte nel suo atelier, frequentato da clienti capaci di coltivare una viva ammirazione per le loro pupille, di cui apprezzano la calma, la modestia, il sapersi comportare e altre nobili virtù. Nessuno nota la presenza di un pensionato che se ne sta seduto su una panchina al sole, con la testa appoggiata allo schienale e la bocca aperta come una lucertola.

È un signore dall'aspetto tanto rispettabile. Un cappello gli nasconde il volto, ma ha la testa troppo incassata.

E i preti che se lo vengono a prendere - preti vestiti come i preti di una volta, come i canonici di Toledo o quelli dei canti gregoriani dopo cena - lo caricano su una bella macchina come fosse un sacco di patate.